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martedì 10 luglio 2012

Uranus

I doppi sensi, si sa, sono uno dei modi di giocare con la lingua più divertenti e popolari del mondo, in tutte le lingue. Voluti o non, questi scherzi riescono a strappare sempre un sorriso a chiunque proprio per la capacità di giocare sulla polisemia oppure sull'omonimia/omografia delle parole per sovrapporre un senso "serio" e reale a un altro indotto, generalmente ridicolo, provocatorio, o a sfondo sessuale, da cui scaturisce l'ilarità. In questo campo i titoli di giornale sono particolarmente esperti, da un lato perché i giornalisti ricercano appositamente il doppio senso per attirare lo sguardo e quindi l'attenzione dei lettori, dall'altro perchè l'estrema condensazione di senso tipica dei titoli unita con l'estrema sintesi che questa forma espressiva richiede possono portare più facilmente a disguidi dovuti alla sovrapposizione di significati; per esempio la rimozione delle preposizioni per questioni di brevità porta il lettore a dover immaginare la preposizione mancante, cosa che accende la creatività del lettore a ritrovare altri tipi di relazioni tra le cose diversi da quelli che lo scrittore sperava di provocare, generando così il doppio senso.

Di doppi sensi a metà strada tra storia e leggenda apparsi sui giornali nazionali o locali ce ne sono tantissimi. Scovarne la reale origine o attestarne l'autenticità è diventato, nonostante o proprio a causa dell'era di internet, pressoché impossibile. Tralasciando l'oltremodo celebre e noto immagino a tutti i lettori

 POMPINI A RAFFICA CARRARESE K.O.

 ve ne propongo altri, sempre a metà strada tra mito e realtà, più o meno noti. Ricordo che alcuni giravano anche tra i diari scolastici ai tempi della mia scuola media...

TROMBA MARINA PER UN QUARTO D’ORA

 PEDOFILIA: PENE FINO A 12 ANNI

IN CINQUECENTO CONTRO UN ALBERO, TUTTI MORTI

SI E’ SPENTO L’UOMO CHE SI E’ DATO FUOCO

FALEGNAME IMPAZZITO TIRA UNA SEGA AD UN PASSANTE

MILANO, TROVATO MORTO UN CINESE: E' GIALLO

Oltre a questi grandi classici nostrani, mi è capitato proprio ultimamente di documentarmi sullo stesso argomento in riferimento al giornalismo di lingua inglese, giungendo a risultati molto simili: doppi sensi soprattutto su morte o comunque sottilmente sadici, giochi di parole e pun di chiaro stampo umoristico, altri assolutamente non voluti. E sempre questa tendenza a oscillare in bilico tra bufala e verità. Tra i tantissimi titoli che ho trovato vorrei fare una classifica dei miei preferiti, eventualmente con una breve spiegazione (non è possibile optare per una traduzione nella maggior parte dei casi a meno che non voglia stare a preparare questo articolo per le prossime 2 settimane alla ricerca di traduzioni d'effetto). Ovviamente gli esperti anglofoni possono saltare le mie annotazioni senza alcuna pietà.



1. TYPHOON RIPS THROUGH CEMETERY. HUNDREDS DEAD

Questa non ha bisogno di commenti...





2. KICKING BABY CONSIDERED TO BE HEALTHY 

In questo caso mi sono serviti più secondi per capire il significato intenzionale di quello non voluto: qui il gioco è tra l'idea del bambino che scalcia nella pancia della madre e l'azione di prendere un bambino a calci. Quale delle due cose sia effettivamente più salutare lo lascio decidere ai genitori.





3.CHILD’S STOOL GREAT FOR USE IN GARDEN

Ok, ho scoperto di avere una predilezione per l'umorismo sui bambini: qui l'ambiguità è sulla parola "stool", che può significare "sgabello" oppure "feci".




4. THERE IS A RING OF DEBRIS AROUND URANUS

Questa piacerà a molti. L'equivoco nasce dalla spaventosa assonanza di Uranus con "Your anus"...





 

5. QUEEN MARY HAVING BOTTOM SCRAPED

Queen Mary è una nave, non un membro della famiglia reale! Grattare il suo "bottom" non è nulla di scandaloso.


6. REAGAN WINS ON BUDGET, BUT MORE LIES AHEAD

Tutti in politica mentono.... ma quel "lies" non voleva significare quello, bensì la terza persona del verbo "giacere".


 7. RED TAPE HOLDS UP NEW BRIDGE

Questa, devo ammetterlo, sono andata a cercarla sul dizionario... "Red tape" è un sinonimo di "burocrazia". Quindi laddove in realtà la "burocrazia frena la costruzione del ponte", quello che ci sembra di capire è che "del nastro adesivo rosso mantiene il nuovo ponte". Preferisco prendere il traghetto.





8.  ASTRONAUT TAKES BLAME FOR GAS IN SPACECRAFT

Non si può non ridere...



 

9. PANDA MATING FAILS – VETERINARIAN TAKES OVER

Il veterinario sembra "intervenire" in un modo un po' ambiguo nell'accoppiamento dei panda...





 

10. MINERS REFUSE TO WORK AFTER DEATH

I minatori ovviamente non rifiutano di lavorare dopo la "propria" morte, ma dopo la morte di un loro collega. Tipico caso in cui eliminare aggettivi, preposizioni e articoli può combinare grossi pasticci!



11. MAN STRUCK BY LIGHTNING FACES BATTERY CHARGE

In effetti dopo essere stati colpiti da un fulmine magari è possibile fornire elettricità in grado di caricare una batteria (non voglio sapere dove attacchereste la spina). Ma in questo caso "battery charge" significa "accusa di aggressione". Impossibile non cogliere il doppio senso prima del significato reale...



12. NEW STUDY ON OBESITY LOOKS FOR LARGER TEST GROUP

L'ambiguità sta in "larger" che in inglese non vuol dire solo "più grande" ma anche fisicamente "più grasso".

mercoledì 6 giugno 2012

Il "letto amplesso" dell'IKEA

TRANSLATION FAIL, TRANSLATION WIN

 

Proprio oggi è comparsa una curiosa notizia sul Corriere della Sera che racconta delle vicissitudini e dei perigli dell'azienda svedese di mobili IKEA alle prese con l'espansione del suo mercato in Thailandia. A quanto pare la ditta ha dovuto rivedere alcuni nomi, rigorosamente in lingue scandinave, dei suoi mobili per evitare imbarazzanti doppi sensi derivanti dalla traslitterazione in lingua thai. E così accade che il vasetto per piantine Jättebra potrebbe suonare a un thailandese come "pianta sesso", oppure il comodo letto Redalen, combinazione un matrimoniale a 2 piazze, potrebbe essere tradotto in thailandese come "letto amplesso". E così da 4 anni una equipe dedicata si impegna a passare in rassegna tutti i nomi traslitterati in thailandese e a cambiare nomi che potrebbero costituire imbarazzanti malintesi. Ma siamo proprio sicuri che il "letto amplesso" non possa riscuotere un enorme successo tra le coppie thailandesi in crisi? A me è già venuta un po' voglia di provarlo.

Tralasciando le facili ironie, meno accorti dell'IKEA, dove si lavora intensamente contro i doppi sensi, sono di certo i responsabili del settore della Kraft, i quali cambiando il nome della divisione globale riservata agli snack della grande azienda statunitense con "Mondelez International", non hanno tenuto conto di un piccolo particolare: la parola Mondelez suona terribilmente come "sesso orale", e non in una lingua di qualche sperduto staterello di mille anime, ma nella quinta lingua più parlata nel mondo: il russo. Ottima scelta per un brand che ha come suo primo obiettivo quello della diffusione su scala globale, vero?

I casi di cui sopra non sono gli unici ma sono esemplari del fatto che esportare il proprio prodotto all'estero è sempre una operazione complessa e variegata. In questo delicato processo il successo dipende anche, e spesso soprattutto, dalla qualità della traduzione e dell'adattamento semiotico-culturale delle descrizioni, del materiale informativo e pubblicitario, dei nomi.
Ma non solo: una esportazione di successo non può prescindere anche da altri livelli di "traduzione", che possono comprendere persino la modifica del prodotto stesso, per meglio adattarlo alle esigenze e alle aspettative della cultura target.


Questa singolare forma di "localizzazione" è esemplificata paradossalmente dalla stessa tristemente nota Kraft, nel caso dei biscotti Oreo. Constatando le vendite non incoraggianti nei paesi asiatici, a seguito di una indagine di mercato la Kraft si rese conto che il loro prodotto risultava essere "troppo dolce", troppo zuccherato per il palato dei consumatori orientali, decisamente più abituati a gusti più agrodolci e fruttati. Fu così che si prese la decisione efficace di introdurre altre tipologie di cookies esclusivamente per il mercato asiatico, tra le quali figurano ad esempio varietà al mango e al tè verde.


Altro caso interessante e, se vogliamo speculare ai precedenti, è quello del Kit Kat in Giappone. La barretta di cioccolato della Nestlè è uno dei pochissimi snack dolci occidentali ad avere davvero conquistato il mercato giapponese diventando uno dei leader del settore nel paese del Sol Levante. I motivi di questo successo sono variegati, e tutti hanno sicuramente a che fare con oculate scelte "traduttive" ma anche con una certa dose di "fortuna traduttiva".
La barretta Kit Kat infatti deve il suo successo a una felice coincidenza, diametralmente opposta alla sorte capitata ai mobili IKEA e alla Mondelez. "Kit Kat" suona alle orecchie di un giapponese molto simile alla espressione "Kitto Katzu", ovvero "vittoria sicura" o "riuscita sicura". Dal proprio canto, la Nestlè non si è fatta certo scappare la succulenta opportunità commerciale che poteva derivare da questa lieta combinazione. Tutti gli appassionati di anime e manga sapranno bene quanto gli studenti giapponesi si preoccupino dei loro risultati scolastici e siano spesso sottoposti a una non indifferente dose di pressione sociale e familiare ad ottenere successo negli studi. Ed ecco che prontamente la Nestlè produce e immette sul mercato, in concomitanza con i test periodici previsti dal sistema scolastico giapponese, delle barrette apposite per gli studenti, ad esempio con messaggi incoraggianti marchiati sul cioccolato rivolti a coloro che sperano ansiosamente di passare gli esami. Insomma, la barretta che ti porta fortuna e ti augura una "vittoria sicura".

Ma l'astuzia della azienda non finisce di certo lì. Come per gli Oreo, le varietà di Kit Kat disponibili esclusivamente per il mercato giapponese sono tantissime (molte più di quelle disponibili in occidente, questo dovuto ovviamente al suo incontrastato successo nipponico che incoraggia l'azienda a produrre di più per quello specifico mercato) e talvolta anche curiose, come le barrette alla soia, al wasabi e all'anguria.
Inoltre, per compiacere un pubblico giapponese sempre attento alle novità, alla ampiezza della scelta e alle differenziazioni regionali, le barrette di cioccolato Kit Kat vengono vendute in diverse varietà a seconda della zona o prefettura, della stagione dell'anno o del periodo, ad esempio in occasione di determinate festività.

Per conoscere alcune delle più di 200 varietà disponibili rimando ad un post nel blog Questo piccolo grande banzai, dove potrete scoprire anche la regione in cui determinate variazioni possono essere acquistate. Sicuramente da provare quando si "fa un break" in Giappone!
 

 Una chicca retro per concludere, ve la ricordate? Nel mio immaginario il Kit Kat è principalmente associato a questo spot.