E' stata pubblicata ieri su Punto Informatico la mia traduzione dell'articolo di Frank Rieger Welcome to the World of Tomorrow, da me inserita anche in questo blog. La versione che troverete su PI è però leggermente differente da quella che ho pubblicato qui. Per la nuova versione corretta, revisionata e leggermente cambiata in alcuni paragrafi, mi sono avvalsa infatti della preziosa collaborazione di Tommaso Canepa, principalmente un informatico con un forte interesse sia per l'argomento trattato dall'articolo sia per l'arte traduttiva. I suoi consigli sono stati particolarmente utili soprattutto nelle parti più specialistiche e tecniche dell'articolo, dove la sua esperienza nel campo ha fatto la differenza tra una traduzione approssimativa e una davvero esatta. In generale si è trattata di una collaborazione onesta e molto proficua, in conclusione una esperienza assolutamente positiva, nonostante prima di allora fossimo dei perfetti sconosciuti l'uno all'altra.
Ringrazio inoltre Marco Calamari di Cassandra Crossing per l'opportunità dataci di rendere pubblico e divulgare su una vetrina eccellente come PI un articolo di così bruciante attualità e lucidità spiazzante.
Qui di seguito il link all'articolo:
http://punto-informatico.it/3563876/PI/Commenti/cassandra-consiglia-benvenuti-nel-mondo-domani.aspx
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martedì 17 luglio 2012
Welcome to the World of Tomorrow su Punto Informatico
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martedì 10 luglio 2012
Uranus
Di doppi sensi a metà strada tra storia e leggenda apparsi sui giornali nazionali o locali ce ne sono tantissimi. Scovarne la reale origine o attestarne l'autenticità è diventato, nonostante o proprio a causa dell'era di internet, pressoché impossibile. Tralasciando l'oltremodo celebre e noto immagino a tutti i lettori
POMPINI A RAFFICA CARRARESE K.O.
ve ne propongo altri, sempre a metà strada tra mito e realtà, più o meno noti. Ricordo che alcuni giravano anche tra i diari scolastici ai tempi della mia scuola media...
TROMBA MARINA PER UN QUARTO D’ORAPEDOFILIA: PENE FINO A 12 ANNIIN CINQUECENTO CONTRO UN ALBERO, TUTTI MORTISI E’ SPENTO L’UOMO CHE SI E’ DATO FUOCOFALEGNAME IMPAZZITO TIRA UNA SEGA AD UN PASSANTEMILANO, TROVATO MORTO UN CINESE: E' GIALLO
Oltre a questi grandi classici nostrani, mi è capitato proprio ultimamente di documentarmi sullo stesso argomento in riferimento al giornalismo di lingua inglese, giungendo a risultati molto simili: doppi sensi soprattutto su morte o comunque sottilmente sadici, giochi di parole e pun di chiaro stampo umoristico, altri assolutamente non voluti. E sempre questa tendenza a oscillare in bilico tra bufala e verità. Tra i tantissimi titoli che ho trovato vorrei fare una classifica dei miei preferiti, eventualmente con una breve spiegazione (non è possibile optare per una traduzione nella maggior parte dei casi a meno che non voglia stare a preparare questo articolo per le prossime 2 settimane alla ricerca di traduzioni d'effetto). Ovviamente gli esperti anglofoni possono saltare le mie annotazioni senza alcuna pietà.
1. TYPHOON RIPS THROUGH CEMETERY. HUNDREDS DEAD
Questa non ha bisogno di commenti...2. KICKING BABY CONSIDERED TO BE HEALTHY
In questo caso mi sono serviti più secondi per capire il significato intenzionale di quello non voluto: qui il gioco è tra l'idea del bambino che scalcia nella pancia della madre e l'azione di prendere un bambino a calci. Quale delle due cose sia effettivamente più salutare lo lascio decidere ai genitori.3.CHILD’S STOOL GREAT FOR USE IN GARDEN
Ok, ho scoperto di avere una predilezione per l'umorismo sui bambini: qui l'ambiguità è sulla parola "stool", che può significare "sgabello" oppure "feci".4. THERE IS A RING OF DEBRIS AROUND URANUS
Questa piacerà a molti. L'equivoco nasce dalla spaventosa assonanza di Uranus con "Your anus"...5. QUEEN MARY HAVING BOTTOM SCRAPED
Queen Mary è una nave, non un membro della famiglia reale! Grattare il suo "bottom" non è nulla di scandaloso.6. REAGAN WINS ON BUDGET, BUT MORE LIES AHEAD
Tutti in politica mentono.... ma quel "lies" non voleva significare quello, bensì la terza persona del verbo "giacere".7. RED TAPE HOLDS UP NEW BRIDGE
Questa, devo ammetterlo, sono andata a cercarla sul dizionario... "Red tape" è un sinonimo di "burocrazia". Quindi laddove in realtà la "burocrazia frena la costruzione del ponte", quello che ci sembra di capire è che "del nastro adesivo rosso mantiene il nuovo ponte". Preferisco prendere il traghetto.8. ASTRONAUT TAKES BLAME FOR GAS IN SPACECRAFT
Non si può non ridere...
9. PANDA MATING FAILS – VETERINARIAN TAKES OVER
Il veterinario sembra "intervenire" in un modo un po' ambiguo nell'accoppiamento dei panda...
10. MINERS REFUSE TO WORK AFTER DEATH
I minatori ovviamente non rifiutano di lavorare dopo la "propria" morte, ma dopo la morte di un loro collega. Tipico caso in cui eliminare aggettivi, preposizioni e articoli può combinare grossi pasticci!
11. MAN STRUCK BY LIGHTNING FACES BATTERY CHARGE
In effetti dopo essere stati colpiti da un fulmine magari è possibile fornire elettricità in grado di caricare una batteria (non voglio sapere dove attacchereste la spina). Ma in questo caso "battery charge" significa "accusa di aggressione". Impossibile non cogliere il doppio senso prima del significato reale...
12. NEW STUDY ON OBESITY LOOKS FOR LARGER TEST GROUP
L'ambiguità sta in "larger" che in inglese non vuol dire solo "più grande" ma anche fisicamente "più grasso".
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mercoledì 6 giugno 2012
Il "letto amplesso" dell'IKEA
TRANSLATION FAIL, TRANSLATION WIN
Tralasciando le facili ironie, meno accorti dell'IKEA, dove si lavora intensamente contro i doppi sensi, sono di certo i responsabili del settore della Kraft, i quali cambiando il nome della divisione globale riservata agli snack della grande azienda statunitense con "Mondelez International", non hanno tenuto conto di un piccolo particolare: la parola Mondelez suona terribilmente come "sesso orale", e non in una lingua di qualche sperduto staterello di mille anime, ma nella quinta lingua più parlata nel mondo: il russo. Ottima scelta per un brand che ha come suo primo obiettivo quello della diffusione su scala globale, vero?
I casi di cui sopra non sono gli unici ma sono esemplari del fatto che esportare il proprio prodotto all'estero è sempre una operazione complessa e variegata. In questo delicato processo il successo dipende anche, e spesso soprattutto, dalla qualità della traduzione e dell'adattamento semiotico-culturale delle descrizioni, del materiale informativo e pubblicitario, dei nomi.
Ma non solo: una esportazione di successo non può prescindere anche da altri livelli di "traduzione", che possono comprendere persino la modifica del prodotto stesso, per meglio adattarlo alle esigenze e alle aspettative della cultura target.
Questa singolare forma di "localizzazione" è esemplificata paradossalmente dalla stessa tristemente nota Kraft, nel caso dei biscotti Oreo. Constatando le vendite non incoraggianti nei paesi asiatici, a seguito di una indagine di mercato la Kraft si rese conto che il loro prodotto risultava essere "troppo dolce", troppo zuccherato per il palato dei consumatori orientali, decisamente più abituati a gusti più agrodolci e fruttati. Fu così che si prese la decisione efficace di introdurre altre tipologie di cookies esclusivamente per il mercato asiatico, tra le quali figurano ad esempio varietà al mango e al tè verde.Altro caso interessante e, se vogliamo speculare ai precedenti, è quello del Kit Kat in Giappone. La barretta di cioccolato della Nestlè è uno dei pochissimi snack dolci occidentali ad avere davvero conquistato il mercato giapponese diventando uno dei leader del settore nel paese del Sol Levante. I motivi di questo successo sono variegati, e tutti hanno sicuramente a che fare con oculate scelte "traduttive" ma anche con una certa dose di "fortuna traduttiva".
La barretta Kit Kat infatti deve il suo successo a una felice coincidenza, diametralmente opposta alla sorte capitata ai mobili IKEA e alla Mondelez. "Kit Kat" suona alle orecchie di un giapponese molto simile alla espressione "Kitto Katzu", ovvero "vittoria sicura" o "riuscita sicura". Dal proprio canto, la Nestlè non si è fatta certo scappare la succulenta opportunità commerciale che poteva derivare da questa lieta combinazione. Tutti gli appassionati di anime e manga sapranno bene quanto gli studenti giapponesi si preoccupino dei loro risultati scolastici e siano spesso sottoposti a una non indifferente dose di pressione sociale e familiare ad ottenere successo negli studi. Ed ecco che prontamente la Nestlè produce e immette sul mercato, in concomitanza con i test periodici previsti dal sistema scolastico giapponese, delle barrette apposite per gli studenti, ad esempio con messaggi incoraggianti marchiati sul cioccolato rivolti a coloro che sperano ansiosamente di passare gli esami. Insomma, la barretta che ti porta fortuna e ti augura una "vittoria sicura".
Ma l'astuzia della azienda non finisce di certo lì. Come per gli Oreo, le varietà di Kit Kat disponibili esclusivamente per il mercato giapponese sono tantissime (molte più di quelle disponibili in occidente, questo dovuto ovviamente al suo incontrastato successo nipponico che incoraggia l'azienda a produrre di più per quello specifico mercato) e talvolta anche curiose, come le barrette alla soia, al wasabi e all'anguria.
Inoltre, per compiacere un pubblico giapponese sempre attento alle novità, alla ampiezza della scelta e alle differenziazioni regionali, le barrette di cioccolato Kit Kat vengono vendute in diverse varietà a seconda della zona o prefettura, della stagione dell'anno o del periodo, ad esempio in occasione di determinate festività.
Per conoscere alcune delle più di 200 varietà disponibili rimando ad un post nel blog Questo piccolo grande banzai, dove potrete scoprire anche la regione in cui determinate variazioni possono essere acquistate. Sicuramente da provare quando si "fa un break" in Giappone!
Una chicca retro per concludere, ve la ricordate? Nel mio immaginario il Kit Kat è principalmente associato a questo spot.
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martedì 8 maggio 2012
Shakespeare and Popular Culture
E' sicuramente uno degli autori, più letti, più amati, più odiati, e lodati del mondo. Ed è anche uno dei più citati. In una delle tante idee di blog che mi erano venute negli anni c'era anche stata quella di parlare dei vari riferimenti a Shakespeare nella cultura popolare, contemporanea. La cosa non è poi così poco pertinente con questo blog che alla fine ho creato, perchè che cos'è la citazione, il riferimento, se non una forma di traduzione, secondo Jakobson appunto una traduzione intersemiotica (una trasposizione in un altro medium comunicativo) oppure intralinguale, una riformulazione, una riscrittura?
E tra tutti gli autori esistiti penso non esista nessun altro ad aver ricevuto così tante parodie e rivisitazioni anche recenti. Oggi ve ne presento alcune tra le più simpatiche, legate quasi tutte esclusivamente a Hamlet.
1. The Shakespeare Insult Server
Ebbene sì, incredibile ma vero. Scegli tra decine di opzioni e potrai creare il tuo personalissimo insulto Shakespeariano. Peccato che dal 2005 non si possano più inviare gli insulti agli amici per email.
"Thou artless pox-marked coxcomb!". YEAH!
2. Hamlet in Klingon
Per tutti i nerd amanti di Star Trek e di teatro, una interessante rivisitazione di Shakespeare con una avvincente traduzione in Klingon, in una edizione limitatissima del 1996. Progetto creato dalla Klingon Language Insitute (è già incredibile che esista), l'idea è nata da una citazione presente in Star Trek IV: The Undiscovered Country (che ha un riferimento al monologo dell'atto III scena I già nel titolo, tra l'altro), che fa più o meno così:
"You have not experienced Shakespeare until you have read him in the original Klingon."
Tra i progetti del KLI figura anche una versione in Klingon di Much Ado About Nothing (Tanto rumore per nulla), di cui però si trovano meno informazioni. Che dire, non ci resta che sperare di vederlo rappresentato nelle nostre città.
3. Rosencrantz and Guildenstern are...
Lo sanno in molti, è stata una delle opere più geniali e moderne del 20esimo secolo. Ronsencrantz and Guildenstern are Dead di Tom Stoppard è una opera del 1964, che rivoluziona il classico Shakespeariano attraverso una semplice inversione dei piani (front stage e off stage) e delle conseguenti gerarchie della rappresentazione originale, trasformando quindi l'opera originale in una grottesca tragicommedia dell'assurdo in cui due personaggi secondari si ritrovano protagonisti di una storia che non gli appartiene, smarriti e manovrati come burattini inconsapevoli e imbrigliati in vicende più grandi di loro di cui non riescono a cogliere il senso, per poi essere buttati via per morire nell'indifferenza più totale. Un modo incredibilmente efficace di trasformare una tragedia dalle regole e strutture classiche in una moderna tragedia decostruita del nichilismo e dell'assurdo che esprime la banalità della vita e dell'azione tipica del teatro moderno.
Pochi sanno però che esiste un film dal nome Rosencrantz and Guildenstern are Undead, ovvia parodia in chiave non-morta del classico Shakespeariano con citazione a Stoppard. Una parodia della riscrittura, insomma. La trama è quella di uno strano regista teatrale, guarda caso Rumeno, che vuole mettere in scena un'opera che porta il nome del titolo del film (riprendendo quindi anche l'idea del play within the play Shakespeariano), ma che crea ovviamente un sacco di morti in giro per la città. Un po' Theatre des Vampires di Anne Rice, un po' Shakespeare, questa opera sicuramente non può mancare nella videoteca degli amanti dei vampiri. Che questo film possa d'un tratto beneficiare del trend dei vampiri degli ultimi anni e delle ragazzine sbavanti per Twilight e arrivare al record di incassi? Chissà. Un tentativo lo farei.
4. Ci sono una quantità incredibile di citazioni a Shakespeare nel mondo dell'animazione. Un esempio:
5. C'è una incredibile abbondanza di riferimenti Shakespeariani anche nel mondo dei fumetti, a cui magari dedicherò più attenzioni in altri post dedicati. Segnalo brevemente la presenza di Shakespeare e della sua compagnia come personaggi di Sandman di Neil Gaiman, con delle bellissime tavole su A Midsummer Night's Dream.
Oltre a questo faccio presente che la Rizzoli ha pubblicato qualche anno fa una edizione di Amleto con artwork per la copertina fatte dal fumettista italiano Giuseppe Palumbo (in foto qui sotto). In libreria non lo trovo, ma a quanto pare su internet si può comprare, su Amazon o sul sito della Rizzoli. Costa anche poco. Sicuramente la scelta giusta da fare in caso questo capolavoro manchi nella vostra biblioteca. La traduzione è di Baldini, quindi una traduzione storica sebbene ormai superata da altre ben migliori, ma con ottime introduzioni e cura da parte di Keir Elam.
6. Prince Charles's Soliloquy
Il 19 Dicembre 1989, chiamato a intervenire alla presentazione della Thomas Cranmer Schools Prise, il principe Carlo si lamentava del degrado della lingua inglese contemporanea accusando il sistema scolastico di prestare troppa poca attenzione alla conservazione di un inglese standard "alto". Per fare un esempio per dimostrare il grado di povertà dell'inglese parlato dalla gente comune del suo paese, il principe esordisce con un esilarante versione parodica in contemporary English del più famoso soliloquio di Amleto:
"Well, frankly, the problem as I see it at this moment in time is whether I should just lie down under all this hassle and let them walk all over me, or whether I should just say OK, I get the message, and do myself in. I mean, let's face it, I'm in a no-win situation, and quite honestly, I'm so stuffed up to here with the whole stupid mess that I can tell you I've just got a good mind to take the easy way out. That's the bottom line. The only problem is, what happens if I find, when I've bumped myself off, there's some kind of... ah, you know, all that mystical stuff about when you die, you might find you're still - know what I mean?"
7. Monty Python's Hamlet
Come al solito, difficile da classificare, una parodia a tutto il mondo moderno, dalla psicanalisi SU Amleto alla psicanalisi DI Amleto fino all parodia della psicanalisi in toto.Sempre divertenti e folli.
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domenica 22 aprile 2012
Il costo della conoscenza
E' apparso oggi un articolo sul Guardian che denuncia le problematiche che il mondo accademico deve affrontare in materia di pubblicazioni scientifiche. Traduco parte del testo qui sotto:
Anzitutto le università italiane non sono esenti da queste "tasse da monopolio" da pagare per l'acquisto di tali pubblicazioni scientifiche di rilievo, come appunto la sopracitata Tetrahedron e non solo. E' un sistema in cui a papparsi la fetta dei profitti non sono mai i prolifici ricercatori, che si affannano a pubblicare continuamente per ingrandire la loro fama. Ma appunto, tutto si limita alla possibilità di ingrandire il proprio prestigio come ricercatore, senza alcun tipo di tornaconto economico. Non che io voglia inaugurare una classe di mercenari della cultura, ma sbattersi come dei matti per non avere nessun tipo di gratificazione e di garanzia economica (ricordiamo che un ricercatore italiano non guadagna più di un migliaio di euro al mese) è veramente una delle grandi contraddizioni del nostro paese, in cui se sei laureato e hai una cultura hai meno garanzie e sei più povero di un operaio non specializzato a tempo indeterminato nelle nostre aziende.
Seconda cosa, come l'articolo appunto mette in chiaro un ricercatore è valutato solo e soltanto dalla quantità di pubblicazioni che ha ricevuto. Ora, a parte queste pubblicazioni internazionali, l'editoria italiana è uno scatafascio totale. Ricordo ancora le parole di una mia docente all'università che, afflitta dal dover sempre e solo distribuirci fotocopie scritte da lei in classe ci confessava "mi piacerebbe tanto pubblicare un bel manuale su questo argomento, ma mi hanno chiesto 5000 euro per poterlo fare, e sinceramente ragazzi né io né l'università ce lo possiamo permettere"... una Università degli Studi di Bari "Aldo Moro" che, ricordiamolo, ha un buco finanziario di 52 milioni di euro. Non per essere pessimista, ma come si acquista prestigio se non ci si può permettere neanche il sapone dei bagni dell'Ateneo?
In un paese già dominato da un regime di enormi disuguaglianze, in primis la disuguaglianza tra università del Nord e università del Sud, non sono questi ulteriori problemi che alimentano quella meccanica tutta italiana che "chi ha soldi può diventare qualcuno o qualcosa, chi non li ha non può fare altro che stringersi in una soffocante morsa mortale"? In una Italia in cui neanche fare un prestigioso tirocinio nelle ambasciate italiane all'estero per ben 4 mesi ti dà nemmeno un minimo di rimborso spese, in cui quindi solo chi ha già del denaro può investire nel proprio futuro e nell'arricchimento del proprio curriculum, in un paese in cui per accedere a un dottorato di ricerca la maggior parte del punteggio per le graduatorie viene dato alle pubblicazioni che si fanno, come si fa a diventare qualcuno se non si hanno dei fondi disponibili? Mi piacerebbe fare un dottorato, ma come ottengo una pubblicazione se l'università non mi aiuta, i professori non mi aiutano, lo Stato non mi aiuta?
E se davvero dovesse passare la brillante idea del nostro governo di considerare l'università di provenienza come criterio di selezione più importante dei meriti personali e del voto di uscita, come si risolvono queste disuguaglianze? Quale futuro c'è per le università più disastrate del paese? Si tenta di esportare un modello americano senza avere il benché minimo sistema per sostenerlo, ovvero grande valorizzazione degli studenti meritevoli con borse di studio che permettono loro di permettersi università che con i soli fondi familiari non riuscirebbero mai a sostenere, un sistema veramente basato su meritocrazia e distribuzione delle risorse in base a principi meritocratici. Finchè non si avrà questo in Italia l'importazione di sistemi statunitensi "impropri" al nostro sistema sarà solo un agente che strozzerà completamente il progresso del paese e porterà alla radicalizzazione dello status quo.
In un paese in cui l'editoria non fa pagare un libro, anche quelli non più coperti da copyright, meno di 10 euro (a differenza, per esempio, dei grandi classici Penguin nel Regno Unito, che non costano mai più di 3 euro), e dove anche i libri per Kindle e altri dispositivi, quindi opere prodotte a costo di produzione vicino allo zero, non costano meno di 6-7 euro, il problema del "Prezzo della conoscenza" è serio. In questo paese ancora di più che altrove la cultura è un lusso, i libri sono considerati beni di lusso e non pane quotidiano della mente umana, bene di primissima necessità. Fin quando ai nostri tecnocrati e burocrati non entrerà in mente questo, non entrerà in mente una idea di conoscenza libera e demonopolizzata, e che chi possiede conoscenza deve essere valorizzato, incentivato, PAGATO, invece di considerare la preparazione universitaria come un limite del giovane lavoratore, come un mezzo per poter sfruttare giovani con poca esperienza concreta con la scusa della "formazione" sottopagata, in questo paese non ci sarà mai e poi mai crescita. E se l'ho capito io, che ho 25 anni e di economia non ne capisco nulla, non riesco a capire perché non lo capiscono ai piani alti.
Pronto, ci siete?
Come osserva uno dei personaggi del dramma di George Bernard Shaw Il dilemma del dottore: "Tutte le professioni sono cospirazioni contro i profani". Per aggiornare questa osservazione per i lettori contemporanei, sostituite semplicemente il termine "professioni" con "editori di riviste accademiche" e il gioco è fatto. [...]
La cosa funziona così: se sei un ricercatore in qualunque disciplina accademica, la tua reputazione e prospettive di carriera sono ampiamente determinate dalle tue pubblicazioni in riviste di impressionante specializzazione - come ad esempio Tetrahedron, un periodico specializzato in chimica organica e pubblicato dalla compagnia danese Elsevier.
[...]
I vari periodici hanno diversi livelli di prestigio. Il loro status è misurato dal loro "fattore di impatto", ovvero un metodo basato sul numero di citazioni ricevute che lascia percepire l'importanza del periodico nel suo campo. [...] In ogni principale campo della scienza, il successo dipende dall'essere pubblicato in tali giornali di alto impatto.
E non soltanto il successo personale: con le leggi attuali sul finanziamento accademico nel Regno Unito, la sopravvivenza di interi dipartimenti delle università dipende dalla quantità di pubblicazioni dei loro accademici di rilievo. Il mondo accademico è diventato un mondo dominato dalla legge del "pubblica o muori".
Questo dà enorme potere a compagnie come Elsevier che pubblicano periodici importanti. E indovinate un po'? Il loro potere lo esercitano eccome. L'abbonamento annuale a Tetrahedron, per esempio, costa alla biblioteca di una università 20.269 dollari. E se vuoi invece Biochimica et Biophysica Acta, dovrai spendere 18.710 euro all'anno. Non tutti i giornali sono così costosi, ma il costo medio di una sottoscrizione annuale a una rivista di chimica si aggira comunque intorno ai 3.792 dollari, e molti periodici costano anche parecchio di più. Il risultato è che una irragionevole quantità di fondi pubblici sono spesi dalle nostre sventurate università nella forma di ciò che si può definire a tutti gli effetti una tassa dovuta a un monopolio di pochi editori. La maggior parte delle università britanniche danno dai 4 ai 6 milioni di sterline l'anno a compagnie come Elsevier, e il conto diventa sempre più salato con l'aumento dell'inflazione negli anni.
Ma non è solo il prezzo esorbitante dell'abbonamento che ci puzza. E' l'intrinseca assurdità di ciò che è coinvolto nel racket delle pubblicazioni accademiche. Gran parte degli editori, dopotutto, deve quantomeno pagare per i contenuti che pubblica. Ma non è questo il caso di Elsevier, Spriger e altri. I loro contenuti sono offerti gratuitamente dai ricercatori, i cui stipendi sono pagati da te e da me.
Anche le peer-review, il sistema di controllo e di recensioni da parte di altri ricercatori che garantisce il mantenimento di una qualità dei contenuti elevata, vengono effettuate a titolo gratuito, e quindi pagate da te e da me, perché i ricercatori che le fanno sono pagati coi soldi dello stato (nel Regno Unito si è stimato che il lavoro di peer review non pagato ammonta ad un valore di 165 milioni di sterline). E alla fine gli editori non solo rivendicano il copyright sui contenuti che hanno ricevuto gratuitamente, ma chiedono anche che le università pagate coi soldi pubblici paghino prezzi da monopolio per avere accesso a tali contenuti.
[...]La fine dell'articolo si concentra soprattutto sull'iniziativa partita da Cambridge di boicottare questo genere di riviste e periodici, che ha portato anche all'apertura di un sito web "militante" chiamato appunto The Cost of Knowledge. Tutto questo fa abbastanza riflettere, anche sulla "matta e disperatissima" situazione italiana.
Anzitutto le università italiane non sono esenti da queste "tasse da monopolio" da pagare per l'acquisto di tali pubblicazioni scientifiche di rilievo, come appunto la sopracitata Tetrahedron e non solo. E' un sistema in cui a papparsi la fetta dei profitti non sono mai i prolifici ricercatori, che si affannano a pubblicare continuamente per ingrandire la loro fama. Ma appunto, tutto si limita alla possibilità di ingrandire il proprio prestigio come ricercatore, senza alcun tipo di tornaconto economico. Non che io voglia inaugurare una classe di mercenari della cultura, ma sbattersi come dei matti per non avere nessun tipo di gratificazione e di garanzia economica (ricordiamo che un ricercatore italiano non guadagna più di un migliaio di euro al mese) è veramente una delle grandi contraddizioni del nostro paese, in cui se sei laureato e hai una cultura hai meno garanzie e sei più povero di un operaio non specializzato a tempo indeterminato nelle nostre aziende.
Seconda cosa, come l'articolo appunto mette in chiaro un ricercatore è valutato solo e soltanto dalla quantità di pubblicazioni che ha ricevuto. Ora, a parte queste pubblicazioni internazionali, l'editoria italiana è uno scatafascio totale. Ricordo ancora le parole di una mia docente all'università che, afflitta dal dover sempre e solo distribuirci fotocopie scritte da lei in classe ci confessava "mi piacerebbe tanto pubblicare un bel manuale su questo argomento, ma mi hanno chiesto 5000 euro per poterlo fare, e sinceramente ragazzi né io né l'università ce lo possiamo permettere"... una Università degli Studi di Bari "Aldo Moro" che, ricordiamolo, ha un buco finanziario di 52 milioni di euro. Non per essere pessimista, ma come si acquista prestigio se non ci si può permettere neanche il sapone dei bagni dell'Ateneo?
In un paese già dominato da un regime di enormi disuguaglianze, in primis la disuguaglianza tra università del Nord e università del Sud, non sono questi ulteriori problemi che alimentano quella meccanica tutta italiana che "chi ha soldi può diventare qualcuno o qualcosa, chi non li ha non può fare altro che stringersi in una soffocante morsa mortale"? In una Italia in cui neanche fare un prestigioso tirocinio nelle ambasciate italiane all'estero per ben 4 mesi ti dà nemmeno un minimo di rimborso spese, in cui quindi solo chi ha già del denaro può investire nel proprio futuro e nell'arricchimento del proprio curriculum, in un paese in cui per accedere a un dottorato di ricerca la maggior parte del punteggio per le graduatorie viene dato alle pubblicazioni che si fanno, come si fa a diventare qualcuno se non si hanno dei fondi disponibili? Mi piacerebbe fare un dottorato, ma come ottengo una pubblicazione se l'università non mi aiuta, i professori non mi aiutano, lo Stato non mi aiuta?
E se davvero dovesse passare la brillante idea del nostro governo di considerare l'università di provenienza come criterio di selezione più importante dei meriti personali e del voto di uscita, come si risolvono queste disuguaglianze? Quale futuro c'è per le università più disastrate del paese? Si tenta di esportare un modello americano senza avere il benché minimo sistema per sostenerlo, ovvero grande valorizzazione degli studenti meritevoli con borse di studio che permettono loro di permettersi università che con i soli fondi familiari non riuscirebbero mai a sostenere, un sistema veramente basato su meritocrazia e distribuzione delle risorse in base a principi meritocratici. Finchè non si avrà questo in Italia l'importazione di sistemi statunitensi "impropri" al nostro sistema sarà solo un agente che strozzerà completamente il progresso del paese e porterà alla radicalizzazione dello status quo.
In un paese in cui l'editoria non fa pagare un libro, anche quelli non più coperti da copyright, meno di 10 euro (a differenza, per esempio, dei grandi classici Penguin nel Regno Unito, che non costano mai più di 3 euro), e dove anche i libri per Kindle e altri dispositivi, quindi opere prodotte a costo di produzione vicino allo zero, non costano meno di 6-7 euro, il problema del "Prezzo della conoscenza" è serio. In questo paese ancora di più che altrove la cultura è un lusso, i libri sono considerati beni di lusso e non pane quotidiano della mente umana, bene di primissima necessità. Fin quando ai nostri tecnocrati e burocrati non entrerà in mente questo, non entrerà in mente una idea di conoscenza libera e demonopolizzata, e che chi possiede conoscenza deve essere valorizzato, incentivato, PAGATO, invece di considerare la preparazione universitaria come un limite del giovane lavoratore, come un mezzo per poter sfruttare giovani con poca esperienza concreta con la scusa della "formazione" sottopagata, in questo paese non ci sarà mai e poi mai crescita. E se l'ho capito io, che ho 25 anni e di economia non ne capisco nulla, non riesco a capire perché non lo capiscono ai piani alti.
Pronto, ci siete?
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venerdì 6 aprile 2012
Spazi urbani, spazi della lingua
Come le manifestazioni vitali sono intimamente
connesse con il vivente, pur senza significare niente per lui, così la traduzione procede
dall’originale, non dalla sua vita ma dalla sua “sopravvivenza”
(Walter Benjamin. Il compito del traduttore)
Kublai Khan e Marco Polo: i due personaggi che dialogano nelle Città Invisibili di Italo Calvino. Un modello importante per innumerevoli motivi.
Primo: una perfetta prosa poetica nella lingua italiana, esempio notevole di un nuovo modo di scrivere nella mia lingua, abbandonando ogni eloquenza e pesante manierismo barocco, aderendo completamente a quei valori di Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità che menzionava nelle sue Lezioni Americane, e che hanno permesso davvero a Calvino di essere uno scrittore internazionale. Si tratta di una lezione di modernità che io, in quanto potenziale futura traduttrice, spero di tenere in serbo.
Secondo: Kublai Khan e Marco Polo sono un modello dialogico interessante: conversano di città fantastiche, l'uno è sempre fermo nello stesso luogo e costruisce città con l'immaginazione, l'altro viaggiando riscontra l'esistenza di quelle stesse città immaginate. Altre volte l'immaginazione crea città che esisteranno nel futuro, altre volte ancora rimescolando tutte le variabili possibili di queste città immaginate si ottengono i profili di città esistenti. Gli spazi e le forme si intrecciano come si intreccia il dialogo tra Kublai Khan e Marco Polo, che inizia con un quasi silenzio tra i due, limitandosi a comunicare a gesti e finisce con dialoghi che però sembrano avere meno potenza di quella telepatia iniziale, e che tende a rivelare più brutture che meraviglie.
Terzo: le città stesse, le grandi protagoniste del libro, sono simboli di tutte le città esistenti. Sono luoghi inventati ma veri quanto quelli esistenti. Luoghi di conflitto, spagni segnici, luoghi di desideri appagati o frustrati, che puntano a qualcosa oppure a niente, luoghi che si proiettano in quello che sarà o che cercano ossessivamente di preservarsi, luoghi sottili e quasi invisibili o luoghi che si espandono e permeano tutto, luoghi del vizio, dello spreco e della mortificazione. Luoghi negativi. Nelle ultime righe del libro:
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se cen'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.Cosa c'entrano le città invisibili di Calvino con una linguista e traduttrice? Ebbene, mi sembra che i luoghi e le dinamiche del concetto di città invisibili siano anche metafora dei funzionamenti delle lingue e delle culture. In questo Oriente senza fine (e Goethe riteneva anche che l'Oriente fosse la patria dell'Ursprache, la lingua primordiale, cosa che poi si è rivelata nemmeno del tutto sbagliata), un Oriente in cui si mescolano immaginato o reale (e qui Said può avere qualcosa da dirci), potenza e atto, il tema che domina è quello dello spazio. Lo spazio urbano è luogo di creazione e di sforzo interpretativo. E cosa sono le lingue e le culture umane se non spazi di babelica molteplicità, che creano e urgono d'essere interpretate. Luoghi di conflitto o di dialogo, luoghi in cui come nei racconti di Marco Polo non è l'intricatezza del discorso verbale ad aver forza ma la efficacia e la potenza del segno, del gesto. Cosa sono le lingue se non luoghi in cui ciò che si può immaginare si può realizzare, proprio come nelle fantasticazioni del Gran Khan. Cosa sono le lingue se non spazi molto diversi tra loro, ma in qualche modo uguali fra loro. Spazi che possono intrecciarsi, conflittualmente o dialogicamente.
Le lingue sono spesso spazi scomodi e negativi, ci chiudono all'altro, delimitano confini. Il plurilinguismo è scomodo a molti. E il plurilinguismo è anche di un fenomeno intralinguale. Se così non fosse allora non ci dovrebbero essere incomprensioni, fraintendimenti o ambiguità interpretative tra quelli che parlano la stessa lingua. Specialmente chi sta al potere desidererebbe volentieri una neolingua di Orwelliana memoria, totalizzante e incontrovertibile, perchè il dialogo e la comunicazione nel terzo millennio sono un caos e un inferno senza fine, sono una dimensione dominata dall'incomprensibilità e dal decentramento. Le lingue sono scomode e sono un luogo di conflitto. E come in Calvino, solo due sono i modi per uscirne: accettare l'inferno e sprofondare nella incomunicabilità, fino a non vedere più il problema. Oppure riconoscere quelle intercapedini tra lingua e lingua, cultura e cultura come spazi di apertura piuttosto che come rotture negative del sistema chiuso, come aperture che sfondano le barriere, vedere ciò che in queste intercapedini non è l'inferno, farlo durare e dargli spazio. E' una operazione rischiosa e richiede attenzione e apprendimento continuo: e questo è quello che un traduttore fa.
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